Visioni mistiche

«Nessuna di queste divinità o esseri spirituali che ti appaiono ha un’esistenza più reale di quella degli esseri umani. È sufficiente che tu riconosca queste apparizioni come riflessi delle tue stesse forme-pensiero. Esse sono soltanto proiezioni dei contenuti della tua coscienza, visualizzate, per effetto del karma, come apparizioni nello stato intermedio: dei nulla illusori intessuti in forma di sogni».

Bardo Thötröl, il libro tibetano dei morti

Uno degli insegnamenti più notevoli contenuti nel libro tibetano dei morti (o, più esattamente, Bardo Thötröl, conosciuto anche come Bardo Thodol) è il principio che qualunque fenomeno si percepisca durante il processo della morte è, in ultima analisi, illusorio. Le esperienze di visione di luce interiore, l’ascolto di melodie meravigliose, la sensazione d’essere fuori dal corpo, secondo il Bardo Thötröl, non sono altro che proiezioni momentanee dello stato psicologico del morente. Come tali, non devono assolutamente essere prese come se avessero una realtà in sé e per sé, perché per loro natura non possono rivelare la verità ultima, ma soltanto — anche se meravigliosamente — oscurarla.

Mahakala Padre

Mahakala Padre

Il motivo di ciò è semplice e profondo: qualunque cosa una persona «veda» nel processo del morire è una proiezione del suo stesso ego. Poiché l’ego nel buddismo è la causa radicale della sofferenza umana nonché uno stato non reale e impermanente, ogni credenza che rinforzi, sostenga, o persino elevi la condizione relativa dell’ego è stigmatizzata come ingannevole e generatrice di illusione. Nel buddismo la chiave per la liberazione, infatti, non è la salvezza dell’anima, come nelle altre religioni, ma piuttosto la sua totale cessazione come processo. Perciò il libro tibetano dei morti si presenta come un manuale su come portare avanti il processo della morte fino al suo punto culminante: l’estinzione del sé individuale. A prima vista ciò potrà sembrare un po’ estremo, speciamente a coloro che, molto radicati nelle credenze monoteiste che danno un gran valore all’immortalità personale, ma ciò è perfettamente coerente con l’insegnamento del Buddha, che vede l’estinzione totale dell’individualità in modo molto positivo. Da una prospettiva scientifica, del libro tibetano dei morti può essere molto interessante il carattere completamente razionale e scettico. Anche se il testo istruisce il neofita ad accettare la «chiara luce» come la propria essenza, non descrive in termini precisi che cosa questa luce sia. Si concentra, invece, su ciò che la luce non è: non è cosa che possa essere vista, udita, toccata o sentita, nemmeno su un piano più sottile o elevato di esistenza. È, al contrario, la quiddità, il contesto o lo spettro nel quale operano tutte le cose, ma non può essere afferrata in se stessa, né identificata con qualunque fenomeno, per quanto possa apparire soprannaturale. Perciò le si allude sempre tramite negazione («neti, neti», non è questo, non è quello), o tramite negazioni: anatman, insostanzialità ecc. È un non-ente, ossia un ni-ente.

Le implicazioni per il lama morente sono chiare: non accettare qualunque cosa possa apparire nello stato intermedio (pre morte e immediatamente susseguente alla morte), attribuendo realtà e permanenza a fenomeni che non le posseggono affatto, perché ogni apparizione tradisce la propria origine psicologica. Sono, cioè proiezioni della mente del morente. Il morente deve rendersi conto, invece, che il nirvana è l’origine da cui la mente e tutte le sue visioni sorgono e che, perciò, non è in se stesso una visione.

Soprendentemente, un’autorevole conferma degli insegnamenti del libro tibetano dei morti, viene da un moderno mistico indù di nome Baba Faqir Chand che, molto probabilmente, non s’è mai imbattuto né nel Bardo Thötröl né nei suoi insegnamenti, ma che giunse alle medesime conclusioni applicando il metodo di meditazione insegnatogli dal suo guru, Shiv Brat Lal di Gopiganj. Faqir Chand, come i suoi colleghi lama, passò gran parte della propria vita in meditazione, cercando di passare consapevolmente attraverso il processo della morte mentre era ancora vivo, allo scopo di prepararsi all’esito finale. Ma, a differenza degli altri, Faqir Chand ci ha lasciato un resoconto particolareggiato degli oltre settant’anni in cui ha meditato dalle 3 alle 12 ore giornaliere, una pratica che lo condusse, infine, al risveglio. Il risultato è un rapporto molto ricco che fornisce una completa comprensione del fenomeno delle visioni interiori che la mente proietta negli stati intermedi tra la vita e la morte.

«Ora, vedete, nessun Gesù Cristo viene dall’esterno dentro la visione di nessuno. Nessun Rama, Nessun Krishna, nessun Buddha, nessun Baba Faqir si manifesta da fuori a nessuno. Queste visioni sono fenomeni provocati dalle impressioni e dalle suggestioni che il devoto ha già accolto nella propria mente. Queste impressioni e suggestioni gli appaiono come un sogno. Ma nessuno viene da fuori. Questa è la pura verità».

Baba Faqir Chand (1886-1981)

Fonte: Inner Visions And Running Trains di David C. Lane, Ph.D