«Se incontri il buddha per la strada, uccidilo!»

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Uccidere il Buddha quando lo si incontra significa superare il mito del maestro, il mito del guru, il mito dello psicoterapeuta; significa rinunciare al ruolo di discepolo e distruggere la speranza che qualcun altro, all’infuori di noi, possa essere il nostro padrone.

Sheldon B. Kopp

«Se incontri il buddha per la strada, uccidilo!» è un koan e come tale non ha un significato preciso. Forse non ne ha nessuno, forse ne ha centomila. A me dice che tutti noi, più o meno consciamente, abbiamo introiettato un modello di perfezione, cui abbiamo dato un nome altisonante: Buddha, per esempio. Ma questo non è il vero Buddha.  È un idolo creato dalla nostra stessa mente. Una proiezione, insomma, ottenuta cambiando di segno ciò che in noi percepiamo come «negativo». Dopo aver disconosciuto quel che in effetti non è che il nostro lato oscuro, lo proiettiamo fuori di noi, in cinerama e col dolby surround, trasfigurandolo. Togliamo l’«im» dall’imperfezione e ci illudiamo, in questo modo, d’aver ottenuto la perfezione. In realtà, abbiamo creato una caricatura autoreferenziale. Uccidere questo buddha vuol dire volgersi finalmente verso la propria mente non per uniformarla a un «buddha» immaginario, ma per conoscerla così com’è, senza volerla ad ogni costo cambiare, e creando così lo spazio in cui il cambiamento diviene possibile.