Sāṃkhya, ovvero lo storpio e il cieco

Il congiungersi di Puruṣa e Prakṛti è paragonabile a quello di uno storpio con un cieco; da tale unione è poi prodotta la creazione.

Sāṃkhyakārikā, 21

Sāṃkhya significa enumerazione, classificazione, ed è senza dubbio l’insegnamento più antico dell’India. È attribuito al mitico saggio Kapila, che, visse, pare, attorno all’800 a.C. In ogni caso Kapila era già stato «beatificato» oltre 2500 anni fa, tanto che il principe Siddhattha (poi divenuto il Buddha) nacque, per una coincidenza probabilmente significativa, in una città dedicata proprio a lui: Kapilavatthu.

Il Sāṃkhya, secondo la tradizione, ha origine dalla risposta che Kapila diede alla domanda del discepolo Asuri su che cosa, nell’uomo, sopravviva alla morte. Il Maestro rispose che ci sono due principi fondamentali: lo spirito e la natura. Lo spirito, Puruṣa, è non nato, non creato, non diveniente e non condizionato; mentre la natura, Prakṛti, pur essendo anch’essa non nata e non creata, è tuttavia diveniente e condizionata. Questo dualismo è ben esemplificato, nella Muṇḍaka Upaniṣad (III, 1, 1), con l’allegoria dei due uccelli posati sullo stesso ramo, uno attivo e l’altro che semplicemente osserva, senza far nulla.

cieco_storpioSecondo un’altra allegoria classica che evidentemente ha molto viaggiato, perché pervenuta già in epoca medievale alle nostre contrade, uno storpio e un cieco erano in viaggio insieme quando, in una foresta, la carovana fu assalita violentemente dai briganti. Abbandonati dai compagni di viaggio, essi presero a vagare a caso da un luogo all’altro. E così, vagando ciascuno per proprio conto, finirono con l’incontrarsi. Poiché nutrivano fiducia l’uno nell’altro, stabilirono di unirsi, acciocché, così riuniti, potessero camminare e vedere. Il cieco sollevò lo zoppo sulle spalle e, secondo la strada che questi gli andava indicando, egli procedeva. Ora lo spirito (Puruṣa), al pari dello storpio, destituito della potenza di azione, ha bensì la potenza della vista, mentre la natura (Prakṛti), al contrario, essendo in grado di agire, ma non potendo vedere, rassomiglia al cieco. Accade poi che, a quel modo che si verifica la separazione di questi due uomini allorché essi abbiano raggiunto il luogo desiderato, conseguendo così il proprio scopo, lo stesso interviene per la natura, la quale, indotta la liberazione nello spirito, cessa dall’agire. Lo spirito, a sua volta, consegue lo stato di isolamento: vale a dire che, compiuto il loro scopo, entrambi si separano. Come dal congiungersi dell’uomo e della donna nasce un figlio, così, dall’unione di natura e spirito nasce il creato

Così, secondo Kapila, la creazione ha origine dalla congiunzione (Saṃyoga) di Puruṣa e Prakṛti e dalla successiva evoluzione innescata da tale unione, per cui la natura immanifesta (Mūlaprakṛti) divorzia dal suo stato originario di omeostasi per evolversi in una serie di stati o principi (Tattva), il primo dei quali è l’indifferenziata consapevolezza, Buddhi che a sua volta genera il senso dell’ego (Ahaṃkāra, io faccio), che a sua volta dà origine a tutto il mondo manifesto. I Tattva (tat significa “quello”) sono i 25 principi costituenti il tutto, ma che si riassumono in questi tre: lo Spirito, l’Immanifesto e il Manifesto.

Secondo il Sāṃkhya tutta la natura (Prakṛti) è intrisa di tre differenti qualità, o Guṇa: 1) la purezza, l’equilibrio (Sattva); 2) l’attività, la passione (Rajas); 3) l’inerzia, l’oscurità (Tamas).

Nell’Immanifesto queste qualità coesistono in uno stato di equilibrio ma, passando dall’Immanifesto al Manifesto, quando l’energia prende forma, una delle qualità prevale. Per esempio, su un albero di mele alcuni frutti saranno maturi (sattvici), alcuni saranno acerbi (rajasici) e alcuni marci (tamasici). Inoltre, sebbene una delle qualità prevalga, saranno presenti anche le altre due. Continuando nell’esempio della mela, parte di essa sarà matura, parte acerba e parte marcia (anche se ciò non sarà percettibile dall’occhio nudo e parte starà cambiando da uno stato all’altro.

I tre Guṇa riguardano tutta l’esistenza e ogni azione. Per esempio, se un uomo commette un furto, l’azione sarà fondamentalmente rajasica, la decisione di rubare sarà tamasica, mentre il movente potrà essere tamasico, rajasico o sattvico a seconda della situazione. In ogni essere vivente prevale uno dei tre guna e ciò si riflette nel modo in cui pensa, parla e agisce. Perciò nell’astrologia vedica è importante capire quali sono gli impulsi dominanti che si manifestano attraverso i pianeti e le loro dimore.

Dice la prima strofa della Sāṃkhyakārikā di  Īśvarakṛṣṇa:

«A causa dell’oppressione dovuta al dolore, nasce il desiderio di conoscere i mezzi atti a estinguere tale oppressione».

I mezzi atti a estinguere l’oppressione del dolore si riassumono nella capacità di discriminare l’incondizionato dal condizionato. Con la comprensione della natura mutevole, imperfetta e insostanziale di tutti i fenomeni e la conseguente disidentificazione da essi, si spezza il legame che vincola il Puruṣa alla sofferenza.

Dato che il mondo, quindi il dolore, è generato da un movimento che va dall’Immanifesto al Manifesto, la cessazione del dolore si consegue procedendo «controcorrente», dal Manifesto all’Immanifesto: così la via della natura (Prakṛti) è la creazione, mentre la via dello spirito (Puruṣa) è la dis-creazione.