Notturno di guardia

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San Lorenzo. Mezzanotte passata. Nel cielo, insolitamente terso, brilla la luna. Il passo del maresciallo è esitante e cauto a causa del buio. Tutt’intorno si erge uno scenario duro, cupo e ostile. Enormi boccaporti, marchingegni di lamiera che pompano aria surriscaldata, condotti, tubi e cavi, antenne che paiono enormi aracnidi tecnologici, paraboliche di ogni dimensione, pannelli solari, proiettano contro il cielo le loro sagome inquietanti.

I camminamenti di grata metallica sembrano studiati per respingere i non addetti, come i corrimani arrugginiti e sporchi e l’aria, satura degli scarichi del gigantesco impianto di condizionamento. Sulla vecchia torretta della costruzione originaria svetta, inutilizzata, l’asta della bandiera. Vi si legge la scritta in maiuscolo, risalente ai tempi dell’impero e più recentemente restaurata: FORTEZZA BASTIANI. Tra le mura paglierine, scrostate del forte, i mezzi corazzati nei cortili illuminati dal neon segnalano la presenza della guarnigione, ridotta a un enorme quartier generale semispopolato dopo lo spostamento dei casermaggi della truppa più a Est, nella pianura caliginosa. Tuttavia, palpabile nell’aria, testimoniata dal ronzio dei sofisticati macchinari controllati dai computer, aleggia ancora la vetusta atmosfera da avamposto, baluardo contro il caos incombente.

Il maresciallo fa meccanicamente l’inventario degli oggetti celesti visibili: una falce di luna crescente a sud, i pianeti Marte e Giove e alcune stelle: troppo poche per distinguere una qualsiasi costellazione. Non molto lontano, ma oltre il confine, sulla guglia più alta del tempio catafatico eretto da antichi signori perché la Madre di Dio perdonasse i loro delitti, brilla una statua dorata.

Una luce, accesa in uno degli alloggi adiacenti il forte, attrae l’attenzione del sottufficiale. Una bionda, alta e snella, si sta spogliando davanti alla finestra. Forse crede di non essere vista. O, forse, crede proprio il contrario. Il maresciallo sorride divertito al pensiero, mentre si blocca per guardarla con abitudinaria malizia. Lo spogliarello, però, termina troppo presto. La bionda, che l’apparenza, la circostanza e la distanza consentono di immaginare bellissima, rimane in mutandine e con una casacca corta che le lascia negligentemente e generosamente scoperta una spalla. Rassetta la camera. Poi si siede, esibendosi di profilo mentre sorseggia da una tazza. Infine sparisce dal riquadro della finestra portandosi via la sedia. Le lunghe gambe abbronzate, le cosce leggermente divaricate, poggiate sulla sedia mentre lei, seduta sul divano, guarda la televisione, sono tutto quel che rimane in vista nei minuti successivi.

Il maresciallo, un po’ deluso, stacca gli occhi dalla donna e li volge a Nordest. È la notte in cui cadono le stelle, ma è improbabile, per non dire impossibile, vederne dalla Fortezza. L’illuminazione lo preclude. Già. La luce con cui illuminiamo i nostri passi sulla terra oscura la visione del cielo. Bella metafora. In parziale compenso, si vedono le luci di posizione di un aeroplano in rotta di atterraggio. Luci bianche fisse e rosse intermittenti, che sembrano dialogare con quelle delle torri.

Si accende una camel. È il momento di pausa che si concede ogni sera, quando stacca per qualche minuto dal servizio di guardia davanti ai monitor che registrano freddamente lo svolgersi degli eventi nel mondo. Dallo zippo d’argento, dopo lo scatto metallico, scaturisce una fiamma che odora di benzina. I rimorsi sono meglio dei rimpianti, diceva un collega qualche minuto prima: «Il rimorso avvicina a Dio, mentre il rimpianto e’ nostalgia del peccato». Il maresciallo riflette su tutte le occasioni di peccato perdute in venticinque anni di servizio attivo, con la data del congedo che si fa sempre più lontana. Forse batterò ogni record di anzianità alla Fortezza, pensa. Ma il pensiero gli strappa solo un ghigno. Una carriera oscura, la sua, senza medaglie né gloria né promozioni, con gli anni che si sono succeduti agli anni, così poco diversi da apparire tutti uguali.

L’Essere, splendido ma impermanente. Anzi, spendido perché impermanente. L’Essere. Ciò-che-è. Tutto. L’Essere che è solo nel tempo e nel mutamento. Il mutamento, unica costante dell’universo flusso. Ecco che il maresciallo, all’improvviso, senza alcuna avvisaglia, percepisce se stesso in questo flusso, e il flusso in se stesso. Senza una ragione apparente il suo pensiero si ferma, lo spazio e il tempo si dilatano. Il cielo sopra di lui, la Fortezza sotto di lui, sembrano parti dello stesso, dell’unico essere. Per un attimo eterno la separazione cade. Non ci sono più il mondo e il maresciallo, ma solo un glorioso presente che si estende fino ai limiti dell’universo. Anche la mente non c’è più: si spalanca la visione sull’indicibile.

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La falce di luna si è impercettibilmete mossa. Lentamente, dopo lo stupore, la mente riprende il suo cicaleccio. Dapprima timido e frammentario, poi sempre più incalzante e incessante. I boccaporti continuano a esalare l’alito caldo della Fortezza, le paraboliche a catturare dati dai satelliti. Un altro aereo in avvicinamento appare a Nordest. La luce alla finestra della bionda è ora spenta. Il maresciallo butta la camel, che si è consumata fino al filtro e lentamente discende le scale, per riprendere posto davanti al monitor.

11 agosto 1996