L’abito non fa il monaco

Fratel Raimondo di Gesù

Fratel Raimondo di Gesù (1920-2013)

Molti anni fa conobbi un prete;  si chiamava Raimondo. In seguito all’orrore dell’esperienza vissuta come soldato in guerra, decise, per «riparare», di consacrarsi alla vita religiosa. Ne parlò con la fidanzata, la quale gli disse, col cuore delle ragazze di una volta: «Se mi lasciassi per un’altra donna non potrei sopportarlo, ma dato che a chiamarti è il Signore… sia fatta la sua volontà!». Raimondo fu ordinato prete dal cardinale Schuster, nel 1945, e andò a risiedere in una baracca del cosiddetto «Porto di Mare», alla periferia sud di Milano, condividendo la vita degli immigrati dal Veneto o dall’Italia meridionale che in quegli anni difficili accorrevano nella metropoli lombarda a cercar pane per le loro famiglie. Fu in quel periodo e in mezzo a quellle difficoltà che don Raimondo, maturò la vocazione a unirsi ai Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld «perché ― mi confidò ― l’abito del prete lo allontanava da quella gente a cui voleva, invece, avvicinarsi. Perché l’abito lo rendeva “diverso”, mentre lui voleva essere solo uno come tutti gli altri». Smise l’abito e  visse in Francia da piccolo fratello, facendo al porto di Marsiglia solo lavori manuali (scaricatore, camionista) pur essendo laureato in filosofia e in teologia, testimoniando coi fatti e non con i sermoni, che è possibile vivere una vita cristiana anche svolgendo i lavori più umili. Quando andò in pensione, a 65 anni — non come prete, ma come lavoratore — si dedicò alla preghiera e alla meditazione, che aveva appreso nel deserto. Si ritirò in un eremo, sopra Erba, dove lo conobbi. Quando gli esposi i miei dubbi e dilemmi religiosi, mi mise tra le mani un libro che non mi ha mai più abbandonato. Il Vangelo? No. Le Petit Prince di Antoine de Saint-Exupéry.