Il bodhisattva Pinocchio

Pinocchio

Pinocchio

Forse la migliore allegoria descrittiva della nostra condizione è sempre la vecchia cara storia di Pinocchio, che è un burattino che aspira ad essere un bambino vero; esattamente come noi che siamo addormentati e aspiriamo a svegliarci o, ancora, che siamo prigionieri della ripetitività di pensiero e d’azione e aspiriamo alla libertà e alla consapevolezza.

Secondo me, però, lo spirito gregario, il bisogno di appartenere a qualche gruppo, chiesa o scuola, fa parte del sonno e non del risveglio. Ed è sovente una delle cause primarie dei molti (auto)inganni nei quali ripetutamente incappiamo. Il maestro amorevole cui ci affidiamo si può rivelare un Omino di Burro che ci incanta con la promessa di un Paese dei Balocchi per poterci meglio aggiogare al suo carretto come tanti ciuchini. E poi ci sono il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco e le Balene che ci inghiottono. Insomma, sulla via dello spirito non si può mai stare tranquilli.

Sì lo so che non tutti sono dei malandrini, ma dovremmo anche stare attenti alle persone benintenzionate, che potrebbero guidarci in bocca al lupo senza sapere quel che in realtà stanno facendo. L’esperienza spirituale è personale e non cedibile; perciò in realtà, nessun maestro, nessuna comunità e nessuna dottrina ce la possono dare.

Se aspiriamo a svegliarci non siamo soli. Quando facciamo un passo indietro nella realtà del momento presente — cosa che possiamo fare anche adesso, in questo preciso istante — entriamo in contatto con la natura del Risveglio in noi (il buddha), con la Via (il dharma) e con la comunità degli esseri vibranti dell’universo (il saṅgha). Come possiamo ancora pensare di essere soli?

Flavio Pelliconi