Esse est percipi

esse_est_percipiForse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale

George Berkeley (1685 – 1753) è stato un filosofo, teologo e vescovo anglicano irlandese. L’aforisma esse est percipi (esistere è essere percepiti), con cui si sintetizza la sua posizione filosofica, sta a significare che tutto ciò che possiamo dire delle cose che ci sembrano reali è che le percepiamo. Quando pensiamo a una certa cosa che ci sembra «realmente» esistente, secondo Berkeley, non facciamo altro che collezionare nella nostra mente una serie di idee su di essa. Le cose, perciò, esistono solo nella nostra testa perché le idee che si estrinsecano come percezione si concretizzano nella nostra coscienza. Per Berkeley, perciò, tutta la «realtà» si riduce all’idea che ne abbiamo.

René Descartes filosofo e matematico francese vissuto un secolo prima, pensava che l’uomo fosse composto dalla res cogitans (il pensiero) e dalla “res extensa” (il corpo). In seguito vennero i materialisti, che pensavano che la res cogitans fosse una emanazione della res extensa, immediatamente contrastati dagli spiritualisti che pensavano che la res extensa fosse in sottordine a quella cogitans, senza mai premurarsi di capire se pensiero, ragione e anima fossero la stessa cosa o cose diverse.

Poi è arrivata la rivoluzione apportata dalla Fisica del ‘900, cioè la Meccanica Quantistica, secondo la quale la realtà, se esiste (perché c’è chi dubita anche di questo e la ritiene un semplice prodotto della nostra coscienza), è fuori dalle nostre possibilità conoscitive (principio di Indeterminazione di Heinsenberg) e che una parte di essa (quantitativamente pressoché irrilevante) è trasformata, a opera nostra, nella percezione del nostro mondo, che della realtà effettiva, quella ignota, costituisce una riduzione e un’interpretazione. Per la Meccanica Quantistica, quindi, percezione ed esistenza, come noi la intendiamo, coincidono, ragion per cui non ci sono una res cogitans e una res extensa, ma una realtà ignota e una realtà percepita. Una precisazione cruciale: quando si dice percezione si pensa solo ai cinque sensi, invece è percezione anche quello che avviene nell’interiorità psicologica dell’uomo, quello che la filosofia buddista chiama senso interno.

In questo contesto, allora, che cos’è la spiritualità, quel fenomeno che ispira le nostre ricerche? Non è certo una res cogitans che si dibatte per uscire dalla res extensa. La spiritualità diventa semplicemente la ricerca delle nostre potenzialità di trasformare la percezione, per trascendere il percepito (liberarsi dal conosciuto, come direbbe Krishnamurti) e avventurarsi nell’ignoto. Avventurarsi nell’ignoto? Ma chi si avventura nell’ignoto se ogni «chi» fa parte del noto, anzi è il noto? La risposta ovvia è che una risposta non c’è, perché se ci fosse rientrerebbe nel noto e nel noto non ci sono risposte sull’ignoto. Questo intendeva Laozi quando affermò che quelli che parlano non sanno e quelli che sanno non parlano. Anche il Buddha, al discepolo che gli chiedeva chi avrebbe fruito del nirvāna se il sé è un”llusione, rispose: «Nessuno, perché finchè c’è un ‘chi’ non c’è il nirvāna». Quindi l’uomo vecchio è un sistema percettivo, fossilizzato sull’esistente (o presunto tale), l’uomo nuovo è l’entità che trascende il noto e si lancia nell’ignoto, cioè in un diverso sistema percettivo impossibile da descrivere e immaginare.

Tutte le realtà percepite sono precedute dalla mente, fanno capo alla mente, sono prodotte dalla mente. Se qualcuno parla o agisce con mente guasta, la sofferenza lo segue, come la ruota [del carro] tiene il passo del traino.
Tutte le realtà percepite sono precedute dalla mente, fanno capo alla mente, sono prodotte dalla mente. Se qualcuno parla o agisce con mente sana, la felicità lo segue, come un’ombra che mai non si distacca.
(Dhammapada, 1- 2).