Come si diventa buddisti?

Ciao, mi chiamo R, e ho quasi 15 anni; volevo chiederti: come si fa a diventare buddisti? Grazie per aver letto questo messaggio.

Monachelli buddhisti

Monachelli buddhisti

I migliori maestri buddhisti, in genere, sconsigliano la conversione, perché hanno constatato che molti occidentali, dopo essersi convertiti al buddismo, hanno le idee più confuse di prima. In particolar modo per i giovani il buddismo rischia di diventare una specie di gioco di ruolo, tipo Dungeons & Dragons per capirci, che si potrebbe chiamare Bodhisattva & Arahants, in cui ci si avventura tra meriti, demeriti, cammini dell’accumulazione, illuminazioni immediate e graduali, reincarnazioni nei piani divini e negli inferni e il cui ingrediente-base è l’antinomia Mahayana-Hinayana che è solo un grosso equivoco, in quanto il buddismo hinayana non esiste e molto probabilmente non è mai esistito.

Al buddismo, in realtà, non ci si può convertire, perché non si fonda su un credo. Ciò è in genere abbastanza difficile da capire per un occidentale abituato a scambiare la fede con un credo da recitare a memoria. Per essere buddisti non occorre credere in nulla, se non, forse, nel proprio potenziale di risveglio, ossia nella capacità — nascosta nelle profondità del nostro essere — di pervenire, con la giusta pratica, a un livello di coscienza superiore, più saggio, in cui la sofferenza esistenziale svanisce o, quanto meno, si riduce di molto.

Questa giusta pratica è, tutto sommato, molto semplice da spiegare. È come costruire una casa: per prima cosa si gettano le fondamenta, ossia ci si impegna a diventare persone più generose, condividendo con chi ne ha bisogno le proprie energie fisiche, intellettuali e finanziarie. Anche un ladro e un assassino possono essere generosi: perciò la generosità è il punto di partenza. Il volontariato disinteressato e le donazioni spezzano la corazza dell’avarizia e dell’egocentrismo e mettono in condizione di praticare i livelli superiori del Dharma.

Quando, grazie alla pratica della generosità, si è diventati più sensibili e attenti ai bisogni e alle sofferenze degli altri, allora si può praticare consapevolmente la moralità, a partire dal primo precetto, ossia «non uccidere». L’impegno a non togliere la vita e a non ferire alcun essere senziente è un altro passo avanti nella pratica. Poi ci si può astenere dal prendere il non dato, che è una disciplina un po’ più profonda ed estesa della semplice astensione dal furto, perché ci vincola a non appropriarci nemmeno le cose che, per esempio, potremmo trovare per la strada. Facendo un altro passo avanti possiamo impegnarci a tenere una condotta sessuale responsabile, facendo attenzione a non creare, con la sessualità, sofferenza né a noi stessi né agli altri.

Quando anche questo è acquisito, allora possiamo metterci a disciplinare la parola, astenendoci, via via, dalle bugie, dalle parole insolenti, dai discorsi che seminano discordia o discredito ecc. e, infine da tutte le chiacchiere inutili.

Il pianterreno della moralità si completa con l’astensione da tutte le bevande e le sostanze che alterano la mente.

La moralità, come è ovvio, deve riguardare anche il modo in cui ci guadagniamo da vivere, perché un buddista non infrange i cinque precetti nemmeno per lavoro, perché non vuole che la sua attività lavorativa sia causa di sofferenza agli altri. E non vuole nemmeno fare niente che possa indurre gli altri a infrangere i precetti, perché anche ciò sarebbe dannoso. Perciò, i mezzi con cui ci sostentiamo non dovrebbero implicare, né direttamente né indirettamente, la sofferenza di altri esseri.

Così, in questo modo ci prepariamo alla costruzione del piano superiore, che è il piano della meditazione, la quale comincia con l’esercitare l’attenzione cosciente in ogni faccenda quotidiana. Poi, sempre esercitando il giusto impegno, possiamo praticare la concentrazione, osservando, per esempio, il respiro spontaneo e naturale.

Ma tutto questo progetto si può facilmente riassumere in una sola istruzione: «Astenersi dal male, fare il bene e purificare il proprio cuore». Questo, dicono, è l’insegnamento di tutti i Buddha.

È tanto semplice che persino un bambino di otto anni può capirlo, ma è arduo da mettere in pratica, persino per un vecchio di ottant’anni.