Caffè sospeso

Il bar degli onesti

Avevo trovato un buon posto per aspettarti: il bar «degli onesti», reso celebre da Totò e Peppino. C’è un tavolino, vicino alla finestra, dal quale posso tener d’occhio l’uscita della metro che viene dall’EUR e va verso Rebibbia o Mar Jonio, perché l’altra, quella che da Termini va verso Laurentina, è dall’altro lato della via Cavour. Ripasso mentalmente, bevendo uno spriz, quel che vorrei dirti, un po’ per vedere se riesco a dirlo senza piangere e un po’ per vedere se mi ricordo tutto. Tutto? Che vuol dire tutto? In realtà non so che dire. Mi vengono in mente parole, lette da qualche parte, su internet; il mantra dell’HO’OPONOPONO: Mi dispiace, perdonami, grazie, ti amo. Niente di meno dozzinale? Dai, Fedro… di solito non ti mancano le parole…

È inutile che lo nasconda, sono emozionato. Ho il cuore in gola. E una stretta allo stomaco. Svuoto il bicchiere dello spriz e ne ordino un altro. Sì, è proprio così… Mi dispiace. Mi dispiace che sia finita, mi dispiace che non ci si veda più, che non ci si parli più, che ci sia questo muro invalicabile, e punitivo. Mi dispiace che la punizione non abbia fine. Cinque anni in cui sono stato cancellato, come una foto venuta male dalla memoria della macchina fotografica. Mi dispiace che tu abbia sofferto, come me e più di me. Mi dispiace perché non avrei voluto farti soffrire, perché finché tu soffri, per causa tua per causa mia per causa di un sogno infranto, non posso fare a meno di soffrire anch’io.

Perdonami. Perdonami perdonami per aver sbagliato tutto. Perdonami per aver perso il senno, la tramontana e la vergogna. Perdonami quel che ho fatto, quel che non ho fatto, quel che immagini che io abbia fatto e quel che non sai e che non immagini. Perdonami per non aver saputo proteggere e salvare il nostro amore quando avrei potuto farlo. Perdonami. Perdonami se sono stato deludente. Te lo chiedo in ginocchio. Perdonami. Sono arreso. Perdonami. Arreso incondizionatamente. Niente da chiederti. Niente che mi aspetti. Forse nemmeno perdono.

 E grazie. Grazie di tutto, ma soprattutto di quei giorni d’incanto che mi hai donato, che ci siamo donati. Grazie per i batticuori, per i sorrisi, per gli abbracci, per tutti i giorni e tutte le notti, per tutte le volte che ti ho trovata a Termini o a Fiumicino. E per quelle volte in cui sei venuta a Milano, a Como, a Brunate, a Imola, a Firenze, in Toscana, in Liguria… Grazie delle cose che mi hai dato e che mi hai insegnato. Grazie per l’amore, per la fiducia, per la pazienza, per la tenerezza, per la dolcezza, per i baci. I baci. Grazie per l’amore, per il tuo odore, per la tua maliziosa complicità. Da te ho imparato molto. Se solo sapessi quante volte ti penso… Se mi si avvicina una zingara e mi chiede un soldino, frugo nelle tasche e penso a te che non rifiuti mai un’elemosina a nessuno.

Grazie per l’ascolto. Per avermi ascoltato più di quanto abbia ascoltato te. Grazie per aver raccolto le mie confidenze, i miei ricordi, le mie inquietudini, le mie stizze, allora così frequenti, le mie lacrime. Grazie per l’incontro che abbiamo creato. E per il volo che abbiamo tentato. La cosa peggiore sarebbe stata non tentarlo nemmeno e tu sai che prendevo da te la forza per superare le mie mille paure, titubanze, lacerazioni.

 Infine dovrei dirti che ti amo. Ma questo lo sai. Perché un amore come il nostro, come il mio, come il tuo, non può finire. L’entanglement, ricordi? Da te ho imparato a gioire e a patire come solo i poeti, all’apice dell’ispirazione, sanno fare. Amore croce e delizia. Amore, testardo come un mulo. Amore che è ancora lì. Come il cane che torna tutte le sere al treno da cui scendeva il padrone. Che continua ad andare anche quando sa bene che nessuno scenderà più da quel treno. Perché andare è un atto d’amore e l’amore ha bisogno di atti, di parole, di attese, anche se l’amato ― o l’amata ― non è più lì a riceverli.

Dalla metropolitana esce una folla di persone, assorte nei loro pensieri, nei loro smart-phone, nei loro mondi. Penso che tra poco sarà Lunedì 14 Marzo. E saranno esattamente cinque anni dal quel Lunedì 14 Marzo, mattino livido, in cui, uscendo dal tuo letto, da casa tua, non immaginavo che non vi sarei mai più tornato. Che i baci e gli abbracci all’aeroporto, in stile Orly, sarebbero stati gli ultimi. Che il tuo sorriso, che vidi quando mi voltai prima di discendere al terminal B, non avrei più veduto, nemmeno in foto. Mai più. Il giorno cominciava come qualunque altro giorno, ma la nostra fine era là. E prendeva posto con me sull’aereo, con te sulla twingo. Quel lunedì 14 Marzo. Maledetto Lunedì. Maledetto Marzo. Benedetto amore.

Mi alzo per pagare gli spriz. Il barista, che, guarda caso, si chiama Fedro anche lui, mi chiede: «Non è venuta la persona che aspettava?». «No». «Peccato. Fanno 9 euro». «Posso lasciarle un caffè sospeso?». «Un sospeso? Come no! Allora fanno 10 euro. La persona che verrà a riscuotere il sospeso come si chiama?». «Si chiama Viola… Ma non importa. Lo offra alla prima bella signora sola che entrerà nel bar». «Da parte di Fedro?». «Sì da parte di Fedro. Chi altri? Arrivederci».

LBDO 3A .