Altre domande sul buddhismo

Altre domande sul buddhismo

Trascrizione fedele del log di una conversazione telematica effettivamente avvenuta sulla bacheca del gruppo di Facebook «Buddhisti Italiani»  il Lunedì di Pasqua 2015 (6 aprile) nel primo pomeriggio. Per la riservatezza, ho riportato solo le iniziali dell’interrogante (Flavio Pelliconi).

M.R. Premetto che sono un ateo razionalista, ma questa religione, diversamente dalle altre, mi affascina e quindi ho alcuni dubbi su questa religione e vi vorrei fare delle domande OK?
M.R. Chi mi può rispondere?
M.R. ?
F.C.P. Io posso risponderti, se vuoi.
M.R. ok
M.R. Posso scrivere anche qui o anche in chat privata
F.C.P. Come vuoi. Per me va bene qui. Il post in pubblico favorisce una migliore ponderazione.
M.R. La prima domanda è: perché il buddhismo è considerata una religione atea se ammette l’esistenza di più dei?
F.C.P. Hmm. Ti preavverto che potrei dire cose che non tutti i buddhisti condividono, perché al riguardo le visioni e le interpretazioni sono molteplici. In ogni caso, cominciamo a dire che non c’è un buddhismo solo, ma molti, tutti derivanti in misura maggiore o minore dalla predicazione del Buddha Gotama, detto anche Śākyamuni.
M.R. OK
F.C.P.Semplificando un po’, potremmo dire che il Buddha (analogamente ad Epicuro) non negò la realtà degli dèi. Però ne diminuì drasticamente l’importanza agli occhi dei fedeli perché affermò che anche gli dèi, analogamente agli esseri umani, sono soggetti a decadere e a morire e che, in ultima istanza, sono vuoti di consistenza personale.
M.R. E se credete nei deva perchè è una religione atea?
F.C.P. Personalmente non credo a nulla. I racconti sui deva hanno per me la stessa valenza e importanza dei miti greci. Importanti in quanto trasmettono insegnamenti in forma di racconto, ma che per questo non sono certo oggetto di fede cieca. Continuiamo dopo pranzo?
M.R. Sì,buon appetito.

(Pausa pranzo)

M.R. Quindi si può essere buddisti e credere negli dei ed essere buddisti e non crederci?
F.C.P. Una delle difficoltà che si incontrano nello studio del Buddhadharma è data dal fatto che si tende a considerarlo una religione come quelle del ceppo abramitico. E questo è un errore, perché il Buddhadharma consiste eminentemente nello studio di se stessi. L’unica cosa in cui un buddhista è invitato a credere è nello sviluppo della propria mente fino al conseguimento di uno stato non-condizonato di pieno risveglio. In altre parole, siamo invitati a coltivare la nostra lucidità mentale fino al punto in cui tutte le domande trovano risposta oppure vengono a cadere perché divenute ovvietà.
M.R. Ma, in pratica, il vostro scopo è interrompere il ciclo delle rinascite per accedere al nirvāna, ma cos’è il nirvāna?
F.C.P. in primis la rinascita non va confusa con la reincarnazione. In secondo luogo il nirvāna, in quanto realtà ultima, non può essere definito con il linguaggio che appartiene alla realtà convenzionale. Anche la comprensione di che cosa sia (o non sia) il nirvāna si evolve con la pratica. Il principiante lo vede cone uno stato di maggiore felicità derivante dalla riduzione e, infine, eliminazione dello stress connaturato all’esistenza ciclica. Ma si consiglia di non attaccarsi alle definizioni, perché queste sono solo un dito che indica la luna (cioè la realtà) e non sono in se stesse la realtà medesima.
M.R. Che differenza c’è tra reincarnazione e rinascita?
F.C.P. La reincarnazione implica la continuità dell’individuo, mentre la rinascita è impersonale.
M.R. Quindi la rinascita è della mente che muore e rinasce e la reincarnazione è del corpo?
F.C.P. No, no… Gli elementi di cui corpo e mente sono composti non cessano di esistere con la morte, ma si disperdono e si rendono disponibili per formare altri composti.
M.R. Non credo di aver capito la differenza.
F.C.P. Fa’ conto di essere una costruzione di mattoncini di Lego. La morte è la fine di quella forma, ma i mattoncini, una volta smontati, possono essere utilizzati per creare altre forme.
M.R. Quindi la reincarnazione è quando muori e rinasci in un corpo diverso, in pratica il contenente (anima) cambia contenitore (corpo) dopo la morte del corpo ogni volta con un ciclo infinito.
F.C.P. Un altro esempio, classico, è dato dalla fiamma di una candela con cui accendi un’altra candela. Puoi dire che la fiamma si sia «reincarnata» da una candela all’altra? No, anche perché ora hai due candele accese. Così vi è rinascita, ma non reincarnazione.
M.R. Quindi quella che ho detto io è la rinascita?
F.C.P. Codesta, che descrivi, è la concezione induista: l’anima è un contenuto che cambia contenitore. Il Buddha insegnò, invece, che il contenuto e il contenitore (cioè l’anima e il corpo) sono entrambi impermanenti e vuoti di consistenza soggettiva.
M.R. Quindi dopo la morte per voi cosa c’è?
F.C.P. La stessa cosa che c’è prima della vita. Se sai che cos’è …
F.C.P. Secondo l’insegnamento del Buddha, se vi sono le condizioni, le cose passano dallo stato non manifesto allo stato manifesto. Quando le condizioni cessano, le cose ritornano nello stato non manifesto.
M.R. Ah, quindi voi non credete che dopo la morte l’anima cambia corpo ogni volta con un ciclo infinito.
F.C.P. Come ti ho detto, non tutti i buddhisti la pensano come me. Ci sono buddhisti che credono nella reincarnazione, ma codesta idea, secondo quelli come me, è una rivincita che l’induismo s’è preso sul buddhismo, facendo rientrare dalla finestra la reincarnazione che il Buddha aveva messo alla porta.
M.R. Quindi alcuni la pensano come te e altri come gli induisti?
F.C.P. Non proprio come, ma quasi.
F.C.P. Questo, però, potrebbe aiutarti a capire che essere buddhisti non dipende da quello in cui si crede, ma, piuttosto, in come si agisce. Una persona generosa, gentile, lucida e sobria, dedita al bene degli altri esseri, è già buddhista anche se non «crede» nel Buddha o nel suo insegnamento.
M.R. Questa frase la prendo come un aforisma.
F.C.P. Giusto. Il buddhismo è aforistico. Sfugge a ogni definizione proprio perché la realtà stessa è fluida e non classificabile, se non in forme provvisorie.
M.R. Ma questo stato di felicità assoluta (nirvāna) che c’è dopo la morte è individuale o è collettivo?
F.C.P. Nirvāna è uno stato di cessazione della produzione condizionata e, di conseguenza,dello stress derivante. Questo stato è detto anche «stato tranquillo» (santavāsa). Coincide con la dissoluzione del senso di importanza personale. Non credo si possano applicargli (o comunque non sono in grado io di farlo) categorie come «individuale» o «collettivo». La mia personale provvisoria indicazione è che si tratti di uno stato in cui le suddette categorie perdono di significato.
M.R. Cos’è l’illuminazione?
F.C.P. Preferisco la parola «risveglio». Personalmente me lo rappresento come uno stato di estrema lucidità, vigilanza e presenza, in cui tutte le nostre facoltà sono attivate al massimo del loro potenziale. Ma, come già detto, questa è solo una definizione provvisoria che definisce di più la mente di chi definisce (cioè la mia) più che la indescrivibile realtà definita.
M.R. Ah OK, quindi si può raggiungere anche senza la meditazione.
F.C.P. Non saprei. Forse proprio senza non credo. Ma non poniamo limiti alla natura di Buddha … Quel che so di sicuro è che per la maggiorparte di noi la pratica è necessaria. Anzi, ineludibile. Nessuno può risvegliarsi al posto nostro e nessuno può «trasmetterci» il risveglio, anche se la vicinanza e la comunanza con persone evolute sicuramente aiuta.

«Il corpo in cui è possibile vedere la verità si disferà, come un ventaglio di palma, e non ci sarà più alcun futuro. Ma ciò che è verità, ciò che è l’esistenza stessa, c’è sempre, anche se profondo e arduo da comprendere. Come il grande oceano, non può essere misurato» (Digha Nikāya).